IL TERREMOTO DI HAITI E L’ALLUVIONE IN PAKISTAN, DUE DIVERSI MODI DI RACCONTARE LE TRAGEDIE

di Giulia Serenelli

Duecento mila vittime e un milione e mezzo di sfollati. Tante sono state le vite spezzate dal terremoto di Haiti, il 12 gennaio del 2010. Cifre e dati riportati su tutti i quotidiani e sulle edizioni dei telegiornali di tutto il mondo. Numeri molto simili, se non peggiori, ruotano attorno ad un’altra catastrofe, quella dell’alluvione del Pakistan, avvenuta un mese dopo la terribile scossa dell’isola. Eppure quella volta la tragedia non ha trovato lo stesso spazio tra i mezzi di informazione, perchè ci sono disastri mediatici ed altri ignorati.

Terremoto a Haiti e alluvione in Pakistan – Due catastrofi, una coperta da tutti i mezzi di informazione e una quasi del tutto ignorata. Perchè questa differenza?  Ne hanno discusso Sergio Cecchini, direttore comunicazione di Medici Senza Frontiere Italia, Paola Mazzoni, operatrice umanitaria, Giovanni Porzio, giornalista di “Panorama” e Paola Zanuttini de “La Repubblica”, che insieme al pubblico hanno cercato di dare una risposta ad un quesito che sembra non averne una.

Giovanni Porzio racconta la sua esperienza –  Era in Cina durante i terribili giorni vissuti dai minatori cileni rimasti bloccati sotto terra, nel deserto di Atacama, a causa di un crollo della miniera dove stavano lavorando. Gli occhi di tutto il mondo erano puntati su di loro e milioni di persone hanno tirato un sospiro di sollievo nel vedere uscire sano e salvo anche l’ultimo lavoratore. Eppure in quegli stessi giorni altri minatori, questa volta cinesi, sono rimasti bloccati in una miniera. Ma non c’era nessuna telecamera ad aspettare che riemergessero dalle profondità della terra. E nessuno, negli altri Paesi del globo, ha saputo quello che stavano vivendo.

Perchè questa differenza di trattamento? – Secondo Paola Zanuttini alcune tragedie sono troppo difficili da raccontare. Quella del Pakistan è una di queste, perchè nel raccontare la tragedia dell’alluvione, delle 20 milioni di persone coinvolte, dei 7 milioni di sfollati e dei 10 miliardi di danni, bisogna spiegare tante altre cose che stanno dietro alla catastrofe. Situazioni difficili da raccontare, a allora a volte è meglio non dire nulla. A questo si deve aggiungere anche la difficoltà degli stessi giornalisti di operare in zone di conflitti. Le ONG sono spesso le uniche fonti e appoggi sicuri, così come l’esercito, anche se, con i militari è più difficile comunicare, spiega Porzio, che di catastrofi ne ha raccontate tante e che ha sempre cercato di portarle tutte all’attenzione dei lettori.

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