IL SANGUE DELLA LIBERTA’ DI PENSIERO. LA MISSIONE DEL GIORNALISTA IN RUSSIA.

di Laura Cervellione

“Sono stato bastonato con spranghe di ferro da due uomini. Mi hanno colpito almeno 50 volte. Nei mesi precedenti l’aggressione sentivo di essere in pericolo, avevo ricevuto minacce esplicite, eppure non pensavo potesse veramente accadermi una cosa del genere”. E’ la testimonianza di Oleg Kashin, reporter del quotidiano indipendente russo Kommersant, ospite all’incontro organizzato al Festival del Giornalismo dall’Associazione Giornalisti Scuola di Perugia “Mattanza russa. Sangue sulle notizie”. Kashin è stato aggredito brutalmente sotto casa sua. È un miracolato, è stato in coma due settimane e adesso dopo tre mesi di riabilitazione in ospedale è di nuovo in piedi a raccontarlo. Il motivo per cui lo hanno quasi ucciso, la sua indipendenza di giudizio. Eppure non lavorava a inchieste bollenti: “Mi occupavo di diritti umani, davo voce a quanti fanno opposizione contro il regime di Putin”. Una penna indipendente, critica, pertanto mal digerita. “Non mi hanno zittito. La mia penna è più affilata di prima”, è la battuta di Kashin.

I dati sulla libertà di pensiero in Russia sono allarmanti. Li ricorda Marcello Greco, giornalista del Tg3: “Sono 19 i giornalisti assassinati in Russia tra il 2000 e il 2009. Quello che però è aberrante  è che di questi  19 casi solamente uno è stato risolto con l’individuazione dei colpevoli. Si uccide perché si sa che non ci saranno conseguenze”. Impunità, vertici dell’amministrazione corrotti, una società civile abbandonata a se stessa. O abbassi la testa, o conduci una battaglia senza munizioni alla mercé di un manipolo di nazionalisti oppure banali assassini segugi del potere. Kashin spiega che in Russia sono attivi movimenti antifascisti costretti alla clandestinità, mentre ultranazionalisti e neofascisti girano fieramente a volto scoperto. Un mondo alla rovescia. Per non parlare della censura, manifesta o indotta, per salvare la propria vita oppure, più semplicemente, per non farsi chiudere il giornale.

Anche Oksana Chelysheva, giornalista della Novaja Gazeta, è al Festival per testimoniare la sua vita votata alla libertà di stampa. Ha denunciato le violazioni dei diritti umani in Cecenia, guadagnandosi volantini di minacce di morte. La sua Società per l’amicizia russo-cecena, difesa anche dalla reporter uccisa Anna Politkovskaja, è stata soffocata dal regime. “Ci hanno fatto chiudere nel 2007 per disposizione della Corte suprema della Repubblica. Motivo ufficiale: accusa di estremismo”, racconta Chelysheva, che aveva pubblicato gli appelli di pace dei dissidenti ceceni Zakayev e Maskhadov. Dal 2008 vive in Finlandia, i suoi colleghi giornalisti le hanno sconsigliato vivamente di tornare in Russia. “Anche lontano dal mio Paese la mia voce di sostegno alla causa non si è mai spenta. Ho capito anzi che le pressioni occidentali possono fare la differenza sulle mosse del regime. “Scrivete, informate su quello che accade in Russia, mobilitando l’opinione pubblica europea. Così facendo si possono salvare delle vite”, è l’appello lasciato dalla Chelysheva alla comunità dei giornalisti riunita a Perugia. A cui non resta che raccoglierlo.

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