TRA FALLIMENTI E ATTESA ECCESSIVA, GIRO DI BOA DELL’ERA OBAMA

di Luca Cesaretti

«L’intenzione di questo incontro era fare un processo all’Obamismo e all’esterofilia italiana» spara a freddo Luca Sappino di Radio Popolare Roma, moderatore dell’incontro. Ma la realtà è che, al di là delle dichiarazioni di facciata dei politici italiani che cercano di abbeverarsi alla fonte del successo statunitense, i fatti di casa nostra sono molto poco legati a quelli a stelle e strisce. Conviene allora cercare di capire veramente cosa è successo con il “fenomeno Obama”.

Doppio flop – «Obama è andato incontro ad un doppio fallimento. Il primo è dovuto ad un’eccessiva aspettativa, che come prevedibile è stata disattesa, il secondo da un’incapacità di guidare e ricompattare un paese diviso dagli otto anni di George W. Bush», ha riflettuto l’ex direttore del TG1 ed esperto di affari americani Gianni Riotta. Gli fa eco Christian Rocca de Il Sole 24 ore che sottolinea come il Presidente degli States sia difficilmente definibile. «E’ un politico» nel senso più positivo del termine, che «sa adattarsi alle situazioni». Dalla convention democratica del 2004 che candidò John Kerry, dove Obama fu un relativamente sconosciuto keynote speecher dell’Illinois, a oggi ha più volte cambiato pelle. «Obama ha proposto sé stesso e non un partito, creando un fenomeno difficilmente ripetibile» spiega Martino Cervo di Libero.

Crisi vincente – Riotta dà una lettura diversa da quella convenzionale del voto 2008. «Fino a tre mesi dal voto Obama e McCain erano praticamente pari. Le curve tra i due si sono aperte definitivamente con la caduta di Lehman Brothers; McCain non l’ha saputa capire, Obama si. A fare la differenza non è stato lo “Yes we can” ma la volontà degli americani di voler cambiare pagina in economia per via della crisi mondiale». Eppure negli Stati Uniti ed in tutto il mondo, Italia compresa, l’aura di sacralità del primo Presidente afroamericano ha annebbiato la vista sulle politiche che il futuro occupante della Casa Bianca intendeva mettere in atto una volta eletto. Politiche non propriamente di sinistra né tantomeno pacifiste, come si è poi visto nei primi due anni di mandato. Il giudizio sulla prima metà dell’era Obama divide il parterre: 7 per Rocca, 6 per Cervo ed uno stiracchiato 6- per Riotta. Ma l’unico vota che conta veramente è quello del popolo americano, che nel 2012 deciderà se il fenomeno Obama è stato l’innamoramento di una notte o qualcosa di più duraturo.

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