UN NUOVO MODO DI FARE GIORNALISMO. L’ITALIA E IL FENOMENO BERLUSCONI

di Francesco Cutro

Tycoon. Una parola di origine cinese che significa “grande capo”, magnate dell’industria o della finanza . Ed è da qui che parte la discussione di questa mattina incentrata sul rapporto tra politica ed informazione.

Laboratorio Italia – L’Italia dal 1994 è diventata un laboratorio di studio nel campo della comunicazione politica e non solo. John Lloyd, direttore Reuters Istitute for the Study of Journalism di Oxford, sta ultimando un lavoro di ricerca interamente dedicato al caso italiano e all’ascesa del Berlusconi. Un esempio unico capace di creare un partito politico a pochi mesi dalle elezioni, sulla base del modello aziendale, e riuscire a vincerle. Orazio Carrabini – vice direttore dell’Espresso – lo definisce un esempio di antipolitica legittimato dal popolo ormai stanco di una vecchia classe dirigente travolta dagli scandali di tangentopoli.
Ed è a partire da un momento di crisi sociale come quello vissuto la politica italiana agli inizi degli anni ’90, che vengono fuori i leader carismatici, per dirla alla Weber. Un outsider della politica capace di imporsi sulla scena nazionale con un linguaggio semplice basato sul “noi contro loro”. Un modo di comunicare che necessita di un costante dialogo con i media.

“L’incidenza di Berlusconi ha influito in modo determinate sul mondo dell’informazione” – È questo il commento di Mario Orfeo. Le sue doti comunicative unite al modo spettacolare di imporsi sulla scena mediatica hanno segnato uno spartiacque dove l’informazione è diventata uno strumento di lotta politica che spesso alimenta la cosiddetta macchina del fango. Luigi Contu, direttore dell’Ansa, parla di uno tsunami che ha creato un nuovo modo di fare informazione politica e ha costretto gli stessi giornalisti ad adeguarsi.
Oggi in Italia non si può parlare di una piena democrazia dell’alternanza ma, ed è quello che emerge dal dibattito, non è possibile ridurre il problema al fatto che il premier è proprietario di tre reti televisive. Non si può parlare di sudditanza; la riflessione tocca anche il ruolo dell’etica professionale ma soprattutto la debolezza di una politica sempre meno coerente che ha perso di autorevolezza.

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