“NON SONO ARABO, NON SONO MUSULMANO, SONO UN GIORNALISTA”

di Elisabetta Terigi

Era un giornalista di prima classe Vittorio Arrigoni, freelance italiano che nella notte tra il 14 e il 15 è stato ucciso da estremisti palestinesi. E’ questa la notizia che domina gli incontri di questa mattina al festival di Perugia: in particolare due Radio anch’io di Ruggero Po e Le religioni raccontate dai Media. Nel programma radiofonico si è aperta una discussione sulla figura dell’inviato di guerra e i rischi a cui è esposto. Nella panel discussion invece Laura Silvia Battaglia di Avvenire, Laith Mushtaq di Al-Jazeera e Lamis Andoni, giornalista scrittrice di Betlemme hanno aperto un dibattito su come le religioni spesso vengano strumentalizzate dai politici e dai media. La disinformazione prende così spesso il posto della vera comunicazione giornalistica e si dimentica troppo velocemente che tutte le religioni hanno gli stessi valori, amore e pace, anche se li predicano in lingue diverse.

La morte di Vittorio Arrigoni è inspiegabile secondo alcuni, mentre rientra nella terribile logica del contesto medio-orientale secondo altri. Il giovane giornalista era stato rapito ieri mattina da un gruppo di terroristi salafiti, vicini ad Al-Qaeda, con l’accusa di diffondere costumi occidentali in medio oriente. Banale pretesto: Vittorio invece era sempre stato favorevole alla causa palestinese. Nel 2008 era stato l’unico testimone straniero a Gaza, e per questo interpellato dalle maggiori testate, italiane e non, per raccontare gli orrori dell’operazione israeliana Piombo Fuso. Conosceva bene la realtà mediorientale e i suoi rischi. Questo non è bastato a evitare il peggio. Secondo Fausto Miroslavo, freelance in queste settimane a Tripoli che collabora con il Foglio, intervenuto nella trasmissione, non si può mai pensare di essere al sicuro. Nel mondo islamico esistono tantissime fazioni e si è sempre in pericolo. Questo Vittorio lo sapeva, ma sapeva anche dell’importanza del ruolo dell’inviato all’estero, dell’importanza di testimoniare con i propri occhi la guerra e i suoi crimini.

I freelance in guerra – Laura Silvia Battaglia ricorda inoltre il maggiore rischio che i freelance in zone di guerra, rispetto agli inviati delle testate giornalistiche, scelgono consapevolmente di correre. Il motivo? Solo l’amore per il proprio lavoro. Vittorio era uno di questi ed aveva già perso tanti amici e colleghi sul campo. Lo raccontava, con un velo di commozione, a Ruggero Po, nel dicembre 2008 in un collegamento da Gaza sotto le bombe a Radio Anch’io. Tristezza e emozione sono sul volti di tutti oggi, mentre insieme si riascolta quella puntata, sapendo che stanotte quest’amaro destino è toccato a lui.

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