RIFLETTORI SU MEZ, BUIO AL PAVONE

di Giorgia Cardinaletti

Riflettori puntati sul caso Meredith, ma fulminati al teatro Pavone di Perugia.
Cala il buio sull’incontro organizzato dall’Agsp (Associazione giornalisti scuola di Perugia) in occasione del Festival del giornalismo per dibattere sui risvolti mediatici dell’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, uccisa a Perugia la notte del 1 novembre del 2007. Ma non è un buio da noir, bensì un black out tecnico che lascia senza elettricità il teatro costringendo il pubblico a lasciare un acceso dibattito.

Il punto è: perché il processo Mez ha richiamato tutta questa attenzione? Cosa arriva alla gente attraverso il racconto del giornalista o tramite l’immagine della telecamera? A rispondere, i cronisti delle varie testate che si sono occupati del caso. “Gli ingredienti che suscitano interesse – spiega Meo Ponte di Repubblica – ci sono: sesso, sangue e protagonisti giovani,. Ma – puntualizza – non è con Meredith che nasce il caso mediatico. L’irrazionale che irrompe nelle vite ordinarie è sempre esistito e ha sempre incuriosito”. D’accordo con lui, Alessandro Capponi del Corriere della Sera: “La stampa ha fatto il suo dovere raccontando i fatti, certo è – sottolinea – che alcuni elementi hanno contribuito, come ad esempio il fascino della città”. Ed è stato proprio Capponi uno di quelli che nel tempo si è concentrato anche sui dettagli emozionali della questione, raccontando espressioni ed emozioni del personaggio di Amanda. “In questo caso – chiede Paolo Poggio del giornale Radio Rai e coordinatore dell’incontro – meglio leggere un articolo in cui vengono delineati certi aspetti o affidarsi all’impatto immediato della telecamera?”

Per Caterina Malavenda, avvocato penalista, meglio il primo caso: “La differenza tra ascoltare e vedere un processo? Io preferisco leggere e immaginare. L’immagine in sé – aggiunge – sottrae all’immaginazione e alla verità”.
E le telecamere? “Amanda e Raffaele – sottolinea Alvaro Fiorucci, caporedattore del Tgr Rai Umbria – sono personaggi perfetti da spendere mediaticamente, rientrano infatti in un target televisivo dal quale ormai non si può più fare a meno”.
Per alcuni casi si arriva addirittura a sottintendere i fatti dandoli per scontati, cosa che spesso accade nei talk show televisivi: “Capita che alcune persone coinvolte in questioni giudiziarie si trasformino in personaggi noti – spiega Maria D’Elia della trasmissione ‘La vita in diretta’ – per questo il pubblico poi sa chi è zio Michele o sa a che cosa si fa riferimento quando si parla di Garlasco”. Al caso Meredith ci si rivolge solo attraverso nomi di battesimo: “Una particolarità rilevante – riflette Claudio Sebastiani dell’Ansa – tant’è che non si parla di caso Kercher, ma del caso Meredith. Anche per gli imputati è lo stesso”.

L’immagine, quindi, conta più del personaggio o del fatto stesso? “Mi sono chiesto – evidenzia – Roberto Tallei di SkyTg24 – cosa sarebbe successo se i protagonisti di questa storia fossero stati un po’ più brutti e un po’ più vecchi. I colpi di scena non sono mancati – rimarca Tallei – e la trama da film ha permesso a noi giornalisti, a volte, di ricamare su alcuni episodi”.

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