HINA: STORIA DI UNA RAGAZZA

di Roberto Morelli

Hina è stata uccisa l’11 agosto del 2006. Aveva “disonorato” la sua famiglia. Il padre Mohammed, con l’aiuto di uno zio, di due cognati e di due fratellastri, l’ha sgozzata e seppellita nel giardino di casa, secondo il rito islamico; la cassazione, nel novembre 2009, lo ha condannato a trent’anni.

Un libro la ricorda – A quasi 5 anni da quel delitto un libro (“Hina. Questa è la mia vita” – Piemme editore) ricorda la storia della ragazza morta perché voleva vivere all’occidentale, libera, disinibita. Giommaria Monti, di Annozero e Marco Ventura, del Giornale, l’hanno scritto insieme, a quattro mani. «Volevamo raccontare una storia paradigmatica, che significasse qualcosa, che andasse anche al di là del caso specifico – ci tiene a precisare Monti – in questa storia si incontrano due grandi questioni, quella dell’immigrazione e quella del conflitto generazionale fra genitori e figli».

Un’integrazione mai avvenuta – Il padre Mohammed viveva in Italia fin dall’inizio degli anni ’90, da quando aveva lasciato il Pakistan, ma aveva mantenuto vive nella sua famiglia le tradizioni e i modelli del suo paese natale. «Quella pakistana è una società permeata da una concezione padronale del corpo delle donne – spiega Ventura – dove anche una piccola macchia genera grande vergogna, talvolta da lavare con il sangue».

Una ragazza difficile – Hina era una ragazza come tante, ma non era una santa. Frequentava molti ragazzi, alcuni piccoli spacciatori, a volte la famiglia l’aveva trovata al bar vicino casa invece che a scuola e aveva provato a scappare di casa quando il padre gli aveva “trovato” un fidanzato. Ribellione e conflitto con i genitori, episodi che caratterizzano – fortunatamente in forma molto meno grave – la vita di milioni di adolescenti. Eppure quella figlia, nel bene o nel male così libera, era per Mohammed una vergogna insopportabile. A fomentarlo anche la comunità pakistana di Zanano di Sarezzo (in provincia di Brescia), agli occhi della quale la famiglia Saleem stava ormai perdendo la faccia.

Un passato ormai alle spalle – In Italia il “delitto d’onore” è stato abrogato 30 anni fa: residuo di una società che, dopo il ’68, non esisteva più. Nel 1978 dall’ordinamento penale italiano sparì anche l’adulterio: due anni di carcere alla donna che avesse tradito il marito, nulla per l’ipotesi contraria. Ricordi di un’Italia ancora (a quei tempi) un po’ pakistana.

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