Il giornalismo che costringe all’esilio

«La libertà di stampa è uno dei pilastri delle democrazie liberali, ma anche uno dei primi bersagli dell’autoritarismo», così Claudio Martelli, ex ministro della Giustizia e ideatore di Lookout Tv, ha aperto l’incontro dal titolo “Giornalisti in esilio”, che si è tenuto mercoledì 25 aprile all’Hotel Brufani. A fianco a lui Zakaria Mohamed Ali, Reza Ganji, Jean Claude Mbede, Robert Philomé, Felix Qaesar, cinque giornalisti scappati da cinque paesi diversi per salvarsi la vita.

Una scelta obbligata – Reza Ganji ha 37 anni ed è un freelance professionista. Lavorava in Iran ma quando ha cominciato a denunciare i brogli elettorali nelle elezioni del 2009 si è trovato in pericolo ed è stato costretto a lasciare il Paese. «La situazione di chi vive in esilio non è facile. In primo luogo per via della lingua, e poi spesso trovare lavoro è complicato», spiega Ganji.
«Come faccio a scrivere della Somalia da un internet point di Roma?», si chiede Zakaria Mohamed Ali, originario proprio del Paese sul Corno d’Africa.
«Noi giornalisti arriviamo qui in Italia come tutti gli altri, sbarcando a Lampedusa», racconta. «L’Europa a volte sembra non capire che sulle sue coste approdano i più forti, quelli con i sogni più grandi», continua. E poi spiega che dal 1992 a oggi sono stati uccisi 27 giornalisti somali, l’ultimo il 5 aprile 2012. Per questo spesso a scappare si è costretti.

Da giornalista a facchino – Dal Pakistan si emigra soprattutto per motivi religiosi, spiega Felix Qaeser, che è in Italia dal 2009. «In Pakistan i musulmani sono il 97%, il resto sono minoranze. E io scrivevo proprio di quelle minoranze», spiega il giornalista, che aggiunge: «Ho ricevuto minacce personali e ne ho parlato con il mio editore, che mi ha aiutato a fuggire. Sono arrivato in Italia ma qui non ho potuto continuare a scrivere, ho dovuto fare altri lavori: l’assistente familiare, il facchino, ora faccio il sagrestano».

Un fenomeno da scoprire – Non ci sono ancora numeri sui giornalisti in esilio in Italia. Secondo Martelli sono diverse decine, ognuno ha storie diverse ed è vero che molti, come raccontava Zakaria Mohamed Ali, approdano a Lampedusa. Fanno parte anche loro del più ampio fenomeno delle migrazioni che porta sulle coste della fortezza Europa migliaia di migranti. «Spesso nei loro confronti – dice Martelli- c’è un’accoglienza ostile. Si parla di “invasioni” e si usano termini offensivi, anche sui giornali». La stampa italiana, insomma, spesso ignora la Carta di Roma, il documento con cui l’Ordine dei giornalisti e la Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana) hanno disegnato le linee guide del linguaggio sul tema delle migrazioni. E poi Martelli polemizza con Roberto Maroni, che «inviando le motovedette a respingere i migranti commise un crimine».

Riccardo Cavaliere

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