Il giornalismo politico in un tweet? Un’arte che o ce l’hai o non ce l’hai

Ci racconteranno qualcosa usando voce e fiato? O ce lo twitteranno? Questo il quesito preliminare assistendo all’incontro “Il giornalismo politico in un sms” alla Sala Raffaello al Brufani. Ha senso andare a sentire di persona giornalisti e notisti politici esperti e “twittomani” come Stefano Menichini e Franco Bechis? Loro che sono gli esperti nell’arte di esprimere un commento sulle vicende di palazzo in battute rattrappite e aforistiche che neanche Cioran?

Stefano Menichini, direttore del quotidiano di area Pd – ex Margherita “Europa”, apre la chiacchierata dicendo che i giornali che riportano lo scoop sono belli che defunti, perché le notizie, appena le si conquista, vanno riversate subito sul primo social network che capita a tiro (lo fanno tutti). La posta in gioco è la credibilità personale. Ci metti la tua faccia, il tuo profilo, i tuoi gusti. Spesso i commentatori ufficiali dei quotidiani partono non più dalla notizia, ma dal flusso di opinioni che quella stessa notizia ha suscitato sulla rete. Ma per commentare resta, immancabile,  il bisogno del “quid”, e dunque del giornalista che lo “alberga”, perché capace di legare il fatto a una contestualizzazione, e di offrirne una lettura interpretante. La velocità non è contraria alla necessità di approfondire, così Menichini difende Twitter dall’obiezione classica. Anzi, è importante perché il tempo della decisione politica e del consumarsi degli eventi è cambiato. Il presidio del giornalista, allora, è in questo tempo nuovo, cui deve adeguarsi. Perché è un fattore di prestigio e potere.

Il vicedirettore di “Libero” Franco Bechis, a ridosso delle dimissioni dell’ex premier Silvio Berlusconi, fu il primo a twittarlo alla rete scrivendo: “Si dimette entro martedì”. “Sul giornale poi ho spiegato tutti i particolari della notizia”. Twitter, spiega,  è veloce come un’agenzia, così come è ultrarapido nel propagare errori. Bechis cita la vicenda memorabile del finto Alemanno. Un tipo che, spacciandosi per il sindaco di Roma con un trucchetto nel nome (aveva scambiato la “l” con la “i” firmandosi “Aiemanno” e fregando tutti), aveva inondato la rete di false dichiarazioni a proposito della neve che aveva colpito la Capitale lo scorso febbraio.

Antonello Caporale (La Repubblica) non ha Twitter. E non ha nulla contro il politico o giornalista che cinguetta. Ma ha delle obiezioni in proposito. Secondo lui, la verifica delle fonti non va a braccetto con l’istantaneità. E quest’ultima si presta a manipolazioni. Il tweet racconta un’identità e un tipo di narrazione. Caporale evidenzia  un problema. Il giornalista è tendenzialmente un “conservatore”, tende a restare ancorato a luoghi ormai politicamente inconsistenti. Come il Parlamento, ormai un mero ornamento del potere. Mentre sono Regioni, Comuni e grandi industrie i luoghi dove concretamente s’annida la decisione politica. E dove invece la copertura mediatica latita. Twitter aiuta poco per Caporale, una piattaforma dove vede tanta velocità e poche idee. Un esempio di questa carenza di pensieri intelligenti e documentati è nella risposta di default che corre ultimamente sui media: “Come si esce dalla crisi? Con la ricetta-tormentone della “crescita”. Per concludere, dunque, c’è un fermo immagine sulla formazione e aggiornamento dei giornalisti, sia nel luogo in cui si va a cercare la notizia sia nei modi di pensare.

Mattia Feltri invece è neofita dell’uccellino azzurro. “Vengo dal Foglio, che significa articoli lunghissimi, analisi sterminate e illeggibili. Per cui Twitter a me ci voleva. In realtà è un comodo taccuino, naturalmente sconnesso e frammentario, ma ricchissimo. Vero è che magari non ti dà la possibilità di approfondire. Ma abitua il lettore al flash. E secondo me salverà noi giornalisti. L’importante è usarlo con un proprio stile. Ad esempio, quando si è deciso per la carcerazione preventiva di Alfonso Papa, scrissi, a proposito della nuova moda giustizialista di Futuro e libertà, questo tweet: “Oggi Fini ha una cravatta color muro di Poggio Reale”. Chi la voleva capire la capiva”.

Laura Cervellione

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