Attentato al giornalismo investigativo

Gli avvocati stanno uccidendo il giornalismo investigativo? La domanda è stata al centro del panel omonimo che ha visto protagoniste questa mattina nella Sala Raffaello dell’Hotel Brufani grandi firme del giornalismo, e non solo, inglese ed italiano.  John Kampfner, ex numero uno dell’Ong Index on Censorship e attuale consulente di Google in materia di libertà di espressione ha tracciato un quadro generale della questione a livello legale: «Il problema della libertà d’espressone è globale, non riguarda solo il Regno Unito. Legge inglese, però, per decine di anni è stata un ‘riferimento’, visto che ha legato le mani anche all’estero. Questo poiché – ha spiegato – permette di fare causa anche a persone estere. La situazione è tale per cui Londra è chiamata “Sue” (tradotto in italiano: intentare causa, ndr)». La situazione è spinosa, tanto che Obama è stato quasi costretto a emanare lo SPEECH act per proteggere i cittadini statunitensi da potenziali casi di turismo giudiziario. Sempre Kampfner fornisce qualche inquietante esempio: «C’erano oligarchi ucraini che facevano causa a Londra a blogger ucraini che scrivevano in lingua ucraina. O miliardari sauditi che facevano causa ad autori per libri nemmeno pubblicati in Inghilterra».

Libertà si, no, forse – Guido Scorza, fondatore e presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione, pone la questione su termini più generali: «La priorità di questa epoca è ampliare libertà di informazione oppure restringerla? Ognuno può avere la sua opinione ma questa è una classica scelta di politica legislativa. Personalmente credo che per coerenza storica e politica bisognerebbe cogliere l’opportunità di ampliare libertà di informazione, soprattutto sfruttando le nuove risorse del web. In Italia in verità – ha concluso – vedo però regole che più che promuovere puntano a restringere, limitare e riconsegnare a un numero di soggetti limitati la possibilità di fare informazione».

Mani legate – Il giornalismo, insomma, rischia di trovarsi con le mani legate. «La BBC è costretta a sostenere grandi costi – ha spiegato Clive Edwards, direttore esecutivo per l’attualità tv di stato inglese – per combattere le cause messe in piedi da chi vuole provare a fermare il giornalismo investigativo. Per il futuro più ci saranno azioni legali e meno libertà e risorse avremo. Come può un ente pubblico mantenere il passo di un così alto livello di intimidazione economica?». Marco Lillo, co-fondatore del Fatto Quotidiano, concorda: «Il rapporto tra poteri economici e giornali si svolge attraverso la pubblicità, un giornalista che scrive di determinati temi è più esposto perché mette a rischio grandi introiti per il suo datore di lavoro. Alla nostra assemblea dei soci dico sempre che abbiamo un grande socio occulto: il nostro avvocato». Gli alti costi legali, che nel Regno Unito sono 140 volte superiori alla media europea, fanno sì che nemmeno vincere le cause basti ai quotidiani per evitare un’emorragia economica. Eppure il giornalismo investigativo va avanti, anche se con difficoltà sempre più grandi. Perchè, come ha concluso Lillo «niente equivale alla soddisfazione di portare alla luce qualcosa di importante e provare ad evitare che si ripeta in futuro».

Luca Cesaretti

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