Scrivere di musica al tempo dei social network

La platea della Sala dei Notari attende il leader degli 883, Max Pezzali. Alla notizia della sua assenza per problemi familiari, arrivata tramite Twitter, gli adolescenti seduti nelle prime file si alzano e lasciano il vuoto. Il confronto all’evento “Il giornalismo musicale nel dopo Myspasce” diventa così un dibattito tra critici e discografici, con la presenza artistica rappresentata da Alessandro Pieravanti, percussionista del gruppo il Muro del Canto.

Note di carta – La moderatrice Diletta Parlangeli di Dnews introduce l’argomento parlando dell’influenza delle nuove tecnologie nel lavoro degli esperti musicali dai media. Il ricorda dal passato al presente viene affidato a Gino Castaldo, critico di punta di Repubblica: «Dai primi esperimenti sul web siamo adesso arrivati al punto in cui quello che ti veniva richiesto in due giorni, bisogna farlo in due ore, senza tempi di verifica. L’effetto surrogato è stato quello di poter ascoltare i lavori tramite Facebook o Soundcloud, mentre prima ci arrivavano in redazione quantità industriali di demo». Del diverso rapporto tra musica e giornalismo ha parlato invece Alberto Cusello, direttore marketing dell’etichetta RCA: «Prima il discografico doveva rapportarsi con al massimo una ventina di giornalista. Ora invece ci sono molto più mezzi di diffusione e spesso non tutti sono affidabili e viene a mancare il rapporto diretto». Certo che i nuovi media consentono ai gruppi di essere più autonomi nel farsi pubblicità, come spiega Pieravanti: «Internet è necessario, soprattutto per la scena alternativa. Myspace legava musicista, produttore e giornalista, Facebook coinvolge anche l’ascoltatore». In questo modo si ha anche una valutazione e una sorta di merito nel mondo della musica: più sono i click su un video di Youtube, più vuol dire che un’artista ha speranze di affermarsi. A riprendere questo discorso è Castaldo, che parla di un feedback anche per i giornalisti: «Con i lettori ci si confronta di pi, ci si insulta anche, prima questo era impossibile».

Italiani all’estero – Il problema, per la musica italiana, resta però quello di uscire dai propri confini e il web può aiutare molto in questo. I social network permettono anche a chi è lontano dall’Italia di ascoltare i nostri gruppi, come fa Charlie Amter, giornalista e talent scout per la casa discografica Warner/Chappell Music: «Negli Usa non si ascolta molta musica italiana, Jovanotti è forse il più conosciuto. Io ho scelto di lavorare, ascoltando la vostra musica perché è un campo totalmente inesplorato per noi e potrebbe venirne fuori qualcosa di buono».

Alberto Gioffreda

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