Una prova di prosa potrà salvarci dal conformismo?

Il giornalismo soffre di conformismo. E fin qui nulla di nuovo. Ma quando la diagnosi viene fuori da Pietrangelo Buttafuoco (Panorama e Il Foglio) e Fulvio Abbate (Il Fatto e Teledurruti), allora è tutta un’altra storia. Un confronto colto, animato e divertente.  Sullo sfondo l’amata Sicilia, Catania per il primo, Palermo per il secondo.  In prima fila tra il pubblico un altro catanese, Francesco Merlo. Si scivola e si sguazza tra cultura e giornalismo. Il nome stesso dell’evento lo annunciava: “Volevo diventare Rimbaud e invece mi hanno dato un tesserino”.

Scrivere, un’arte senza pubblico – Esiste una differenza tra l’intelettuale e il cronista? Secondo Abbate scrivere un articolo può essere anche una prova di prosa. Per Buttafuoco invece il problema è a monte: «Non ci sono lettori, per chi si scrive? Abbiamo a disposizione un’Italia impoverita, è cambiato il modo di fare questo mestiere ed è forse nostra responsabilità – si interroga rivolgendosi anche ad Abbate – quella di dire davanti a tutti questi giovani che il giornalismo è peggiorato?». Cambiano i tempi. Evolve, o involve a seconda dei punti di vista, il pubblico. Forse troppo «picciotti», almeno i presenti, per conoscere Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e lo sketch “Soprassediamo”. «Questi non sanno niente», commenta atterrito Abbate. Buttafuoco è più fiducioso: «Chissà quante cose conoscono loro che noi non sappiamo».

L’appiattimento della realtà – Mutamento di contenuti e di linguaggi, ma anche poca memoria storica. Un’Italia che si affaccia spavalda verso il futuro, ma che non ricorda il proprio passato. O forse nemmeno lo conosce. Perché? «La missione degli ultimi anni – sottolinea Buttafuoco – soprattutto della sinistra, è stata quella di appiattirsi nel conformismo. Narrativa, televisione, teatro, cinema: lo hanno imposto in tutti questi campi». Si vola poi dalla letteratura, Sciascia e ’Gli zii di Sicilia’ fino alle riflessioni di Abbate sulla scomparsa del sessantanove, «nel senso – specifica lui stesso – di reciprocità orale». Non mancano i riferimenti alla crisi della poltica. Un nuovo simbolo per la sinistra? Ci pensa Fulvio: «La fetta d’ananas. Stendersi al sole in riva al mare con una fetta d’ananas sul pene».

L’intellettuale e la salvezza dell’intelligenza – È sempre Abbate a rispolverare lo status dell’intellettuale regalando alla platea frammenti di cene in casa Scalfari: «Le prima volte ero brillantissimo, poi nel vedere che il massimo del dialogo dei presenti agli incontri era ‘Caro Eugenio, come stai’, mi sono isolato: perché devo essere io a portare la luce?». E del tesserino citato nel titolo dell’evento? Poche parole. Abbate mostra il suo: «Essere pubblicista significa non avere la Casagit (cassa di assistenza integrativa per i giornalisti, ndr) e quindi, per esempio, pagare il dentista».

Pochi accenni al futuro, molta stima nella prova di prosa. E cioè quella salvezza dell’intelligenza, la capacità di narrare il mondo al di là del resoconto giornalistico. Potrà un giorno tutto ciò, se ancora ci sarà, salvarci dal conformismo?

Giorgia Cardinaletti

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