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Una rivoluzione non fa primavera

Nel video un breve sunto dell’incontro “Primavera araba. Una rivoluzione incompleta”, organizzato dall’Associazione dei giornalisti della Scuola di Perugia e moderato da Antonio di Bartolomeo.

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Quanto del nostro Pil è Prodotto Interno Mafia

I modi per far soldi cambiano. E le mafie s’attrezzano. Hanno avuto fiuto per il business del Texas Holdem Online, delle sale giochi, della “Darknet”, dell’eolico. Si muovono con sicumera in contesti globali e locali. Molto più rapidamente e scaltramente della nostra economia legale. Secondo una stima di Confesercenti, la criminalità organizzata fattura 140 miliardi all’anno, il quindici per cento del Pil. Un’attività che non conosce crisi né concorrenza. Se c’è, viene liquidata manu militari. Dal fondo dello stivale, i sistemi di pensiero mafiosi di cui parlava Sciascia sono traghettati al Nord, che s’abitua in fretta a o’sistema. Aggirare le regole, cercare la scorciatoia, innalzare piramidi extra legem che scavalcano i confini nazionali. Duisburg non è un caso isolato. Continua a leggere

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TUTTI CONTRO L’EUROPA

di Raffaele Cappuccio

L’Unione europea come capro espiatorio di tutti i problemi degli europei.  Ma se non si riesce a trovare una soluzione comune, ad esempio, sulla questione degli immigrati nordafricani è solo responsabilità di posizioni egoiste degli stati membri. E non delle istituzioni comunitarie. Ne sono convinti Antonio Tajani ed Emma Bonino, che sono intervenuti al dibattito “Europe: the insider view”, andato in scena nella sala dei Notari di Palazzo dei Priori a Perugia. Il vecchio continente visto e raccontato dagli occhi di due protagonisti del processo di formazione dell’Ue. Una discussione fatta di esperienze vissute sulla propria pelle: Tajani è l’attuale commissario europeo all’industria; Emma Bonino è stata componente della Commissione dal 1995 al 1999.

Una posizione comune sugli immigrati – “Ho l’impressione che parlare male dell’Europa sia utile per ottenere più voti”, è la provocazione di Marco Zatterin, firma della Stampa di Torino, che insieme con la giornalista Anna Piras hanno incalzato Antonio Tajani ed Emma Bonino con domande sui temi più caldi degli ultimi tempi: l’immigrazione, la ricerca, la protezione del “know how” delle imprese del vecchio continente.  La senatrice si è soffermata sulla questione dei profughi africani che stanno arrivando in Italia, sostenendo che il “nostro paese ha bisogno degli immigrati perché danno nuova linfa”. I dati parlano di un’Italia con un basso tasso di natalità, compensato in parte proprio dai flussi migratori. Forze fresche che si attivano in settori poco qualificati. Lì dove gli italiani non hanno interesse a trovare lavoro.

L’accuratezza dell’informazione – Spesso però si attribuiscono ingiustamente delle colpe all’Unione, che, di fatto, non ha. Alla base c’è una mancanza di chiarezza su chi è davvero responsabile di alcune scelte. Si parla di Commissione europea e stati membri, senza le dovute distinzioni. “Sulla questione degli immigrati la Commissione europea ha avuto una posizione chiara – argomenta Tajani – A non esseri omogenei sono i singoli stati”. Una situazione di confusione favorita anche da un’informazione, spesso, non preparata. La rappresentanza della Commissione europea in Italia punta a risolvere questi problemi, incentivando una formazione accurata delle nuove generazioni di giornalisti. Ne è una testimonianza il primo premio giornalistico indetto in collaborazione con l’Agsp (Associazione giornalisti Scuola di Perugia). A vincere è stato Paolo Riva con un articolo sulla questione dei rifugiati a Roma. Seconde classificate due allieve della scuola di Perugia, Giulia Serenelli ed Elisabetta Terigi.

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RIFLETTORI SU MEZ, BUIO AL PAVONE

di Giorgia Cardinaletti

Riflettori puntati sul caso Meredith, ma fulminati al teatro Pavone di Perugia.
Cala il buio sull’incontro organizzato dall’Agsp (Associazione giornalisti scuola di Perugia) in occasione del Festival del giornalismo per dibattere sui risvolti mediatici dell’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, uccisa a Perugia la notte del 1 novembre del 2007. Ma non è un buio da noir, bensì un black out tecnico che lascia senza elettricità il teatro costringendo il pubblico a lasciare un acceso dibattito.

Il punto è: perché il processo Mez ha richiamato tutta questa attenzione? Cosa arriva alla gente attraverso il racconto del giornalista o tramite l’immagine della telecamera? A rispondere, i cronisti delle varie testate che si sono occupati del caso. “Gli ingredienti che suscitano interesse – spiega Meo Ponte di Repubblica – ci sono: sesso, sangue e protagonisti giovani,. Ma – puntualizza – non è con Meredith che nasce il caso mediatico. L’irrazionale che irrompe nelle vite ordinarie è sempre esistito e ha sempre incuriosito”. D’accordo con lui, Alessandro Capponi del Corriere della Sera: “La stampa ha fatto il suo dovere raccontando i fatti, certo è – sottolinea – che alcuni elementi hanno contribuito, come ad esempio il fascino della città”. Ed è stato proprio Capponi uno di quelli che nel tempo si è concentrato anche sui dettagli emozionali della questione, raccontando espressioni ed emozioni del personaggio di Amanda. “In questo caso – chiede Paolo Poggio del giornale Radio Rai e coordinatore dell’incontro – meglio leggere un articolo in cui vengono delineati certi aspetti o affidarsi all’impatto immediato della telecamera?”

Per Caterina Malavenda, avvocato penalista, meglio il primo caso: “La differenza tra ascoltare e vedere un processo? Io preferisco leggere e immaginare. L’immagine in sé – aggiunge – sottrae all’immaginazione e alla verità”.
E le telecamere? “Amanda e Raffaele – sottolinea Alvaro Fiorucci, caporedattore del Tgr Rai Umbria – sono personaggi perfetti da spendere mediaticamente, rientrano infatti in un target televisivo dal quale ormai non si può più fare a meno”.
Per alcuni casi si arriva addirittura a sottintendere i fatti dandoli per scontati, cosa che spesso accade nei talk show televisivi: “Capita che alcune persone coinvolte in questioni giudiziarie si trasformino in personaggi noti – spiega Maria D’Elia della trasmissione ‘La vita in diretta’ – per questo il pubblico poi sa chi è zio Michele o sa a che cosa si fa riferimento quando si parla di Garlasco”. Al caso Meredith ci si rivolge solo attraverso nomi di battesimo: “Una particolarità rilevante – riflette Claudio Sebastiani dell’Ansa – tant’è che non si parla di caso Kercher, ma del caso Meredith. Anche per gli imputati è lo stesso”.

L’immagine, quindi, conta più del personaggio o del fatto stesso? “Mi sono chiesto – evidenzia – Roberto Tallei di SkyTg24 – cosa sarebbe successo se i protagonisti di questa storia fossero stati un po’ più brutti e un po’ più vecchi. I colpi di scena non sono mancati – rimarca Tallei – e la trama da film ha permesso a noi giornalisti, a volte, di ricamare su alcuni episodi”.

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