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I mass media hanno ancora un futuro?

Wadah Khanfar, ex boss di Al-Jazeera, arriva a Perugia per un discorso su “Integral media: il futuro dei mass media nell’era dei social network”. Tema più che attuale, in un Festival del giornalismo attento a come i nuovi mezzi di comunicazione influenzano il giornalismo tradizionale.

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MUBARAK E BEN ALI’ SPODESTATI DA FACEBOOK?

di Ilaria Esposito

Qual è stato il ruolo dei nuovi media nelle rivolte che hanno interessato Tunisia ed Egitto? Al Festival se ne è parlato in un incontro fra giornalisti di Al Jazeera, Al Jazeera Talk e Global Voices. Presenti anche Gabriella Simoni di Mediaset e Ugo Tramballi del Sole 24ore.

«I have been facebooked»- In una freddura che si racconta nel mondo arabo di questi tempi, Mubarak nell’aldilà risponde così al suo predecessore che gli chiede se sia morto davvero per infarto o se sia stato ucciso: sono stato «colpito da Facebook». I social network hanno avuto un ruolo fondamentale nella rivolta dei paesi nordafricani. La tv ha fatto il resto, diffondendo la protesta casa per casa. Tramite Internet alcuni hanno acquisito consapevolezza dei propri diritti. Il compito di divulgare questa consapevolezza è toccato, appunto, ad Al Jazeera.

Quando il nuovo aiuta la tradizione- I contributi degli utenti della rete, che hanno caricato immagini, video, informazioni, sono divenuti una delle fonti principali di Al Jazeera sotto i regimi da poco crollati. La tv araba, già dal 2006, ha un blog, Al Jazeera Talk. Ma ci si può fidare dei bloggers? Secondo Ahmed Asshour, direttore di Al Jazeera Talk, sì: sono persone coraggiose e chi ha coraggio è un buon giornalista. Tuttavia,  Ayman Mohyeldin di Al Jazeera English ha sottolineato che in Libia avere fiducia delle notizie che vengono “dalla strada” è più difficile che altrove: spesso informazioni false vengono fatte pervenire alla redazione appositamente, per depistarla.

Al Jazeera: la tv ribelle- Al Jazeera ha sostenuto apertamente la rivoluzione dei giovani nordafricani.. Quanto ha a che fare una presa di posizione simile col giornalismo? Mohyeldin ha spiegato che le popolazioni di Tunisia ed Egitto vogliono un tipo di informazione diversa da quella che richiedono gli occidentali. Abituati all’informazione di regime, ora necessitano di un canale che faccia loro da microfono. Inoltre, più volte la tv araba avrebbe chiesto ai regimi di dire la loro, ricevendo sempre risposte negative.

Troppo virtuale per essere vero- Il mondo arabo si è svegliato in un mese di proteste su Facebook? Non secondo Sami Ben Gharbi, tunisino di Global Voices e oppositore di Ben Alì: «da 10 anni io e altri giovani ci incontriamo l’uno di fronte all’altro per parlare di questo “risveglio”. Molti di noi sono ingegneri. E chi meglio di un ingegnere può sapere come usare i social network?»

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GIORNO TRE:IL GIORNALISMO TRA GUERRA, SPORT E NUOVE FRONTIERE

di Elena Baiocco

Festival bagnato, festival fortunato. La terza giornata del festival internazionale del giornalismo si è aperta all’insegna del maltempo che, però, non ha scoraggiato la partecipazione di interessati e aspiranti cronisti alla diretta di Radio Anch’io dall’ Hotel Brufani. Tema della trasmissione le missioni e i rischi che affrontano gli inviati di guerra. Ad animare il dibattito Laura Silvia Battaglia, giornalista di Avvenire e Laith Mushtaq di Al-Jazeera. Presente anche il direttore di Radio Rai Antonio Preziosi.

I servizi delle emittenti locali – ReteSole si è concentrata sul calcio, optando per “ Clamoroso al cibali”, un incontro dedicato al confronto tra i diversi modi di fare telecronaca, con particolare attenzione per i neologismi calcistici. Tra gli ospiti Marco Civoli di Rai Sport e Maurizio Compagnoni di Sky Sport. Umbria Tv ha invece scelto di realizzare un servizio su “A qualcuno piace lento”, con Lucia Annunziata, giornalista della Stampa e Rai Tre e Laura Eduati, co-fondatrice di Reportage Italia, un sito che abbina la tecnica del reportage al linguaggio del web. Lo scopo del dibattito era ragionare sui metodi per unire la forza dell’approfondimento tradizionale alle potenzialità di internet, mirando ad un giornalismo di alta qualità.
Una copertura selettiva degli eventi quella delle Tv locali,  in parte snobbate dagli organizzatori della kermesse che sembrerebbero puntare più ad una visibilità mediatica di livello nazionale e internazionale.

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UNA DOMANDA A LAITH MUSHTAQ

di Ilaria Raffaele

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“NON SONO ARABO, NON SONO MUSULMANO, SONO UN GIORNALISTA”

di Elisabetta Terigi

Era un giornalista di prima classe Vittorio Arrigoni, freelance italiano che nella notte tra il 14 e il 15 è stato ucciso da estremisti palestinesi. E’ questa la notizia che domina gli incontri di questa mattina al festival di Perugia: in particolare due Radio anch’io di Ruggero Po e Le religioni raccontate dai Media. Nel programma radiofonico si è aperta una discussione sulla figura dell’inviato di guerra e i rischi a cui è esposto. Nella panel discussion invece Laura Silvia Battaglia di Avvenire, Laith Mushtaq di Al-Jazeera e Lamis Andoni, giornalista scrittrice di Betlemme hanno aperto un dibattito su come le religioni spesso vengano strumentalizzate dai politici e dai media. La disinformazione prende così spesso il posto della vera comunicazione giornalistica e si dimentica troppo velocemente che tutte le religioni hanno gli stessi valori, amore e pace, anche se li predicano in lingue diverse.

La morte di Vittorio Arrigoni è inspiegabile secondo alcuni, mentre rientra nella terribile logica del contesto medio-orientale secondo altri. Il giovane giornalista era stato rapito ieri mattina da un gruppo di terroristi salafiti, vicini ad Al-Qaeda, con l’accusa di diffondere costumi occidentali in medio oriente. Banale pretesto: Vittorio invece era sempre stato favorevole alla causa palestinese. Nel 2008 era stato l’unico testimone straniero a Gaza, e per questo interpellato dalle maggiori testate, italiane e non, per raccontare gli orrori dell’operazione israeliana Piombo Fuso. Conosceva bene la realtà mediorientale e i suoi rischi. Questo non è bastato a evitare il peggio. Secondo Fausto Miroslavo, freelance in queste settimane a Tripoli che collabora con il Foglio, intervenuto nella trasmissione, non si può mai pensare di essere al sicuro. Nel mondo islamico esistono tantissime fazioni e si è sempre in pericolo. Questo Vittorio lo sapeva, ma sapeva anche dell’importanza del ruolo dell’inviato all’estero, dell’importanza di testimoniare con i propri occhi la guerra e i suoi crimini.

I freelance in guerra – Laura Silvia Battaglia ricorda inoltre il maggiore rischio che i freelance in zone di guerra, rispetto agli inviati delle testate giornalistiche, scelgono consapevolmente di correre. Il motivo? Solo l’amore per il proprio lavoro. Vittorio era uno di questi ed aveva già perso tanti amici e colleghi sul campo. Lo raccontava, con un velo di commozione, a Ruggero Po, nel dicembre 2008 in un collegamento da Gaza sotto le bombe a Radio Anch’io. Tristezza e emozione sono sul volti di tutti oggi, mentre insieme si riascolta quella puntata, sapendo che stanotte quest’amaro destino è toccato a lui.

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AL JAZEERA TALK, MOLTO PIÙ DI UN BLOG

di Annalisa Fantilli

Quando sono iniziate le rivolte in Egitto a molti corrispondenti è stato vietato l’accesso. Al Jazeera è riuscita a coprire gli scontri più che attraverso i propri inviati televisivi grazie ai blogger che lavorano per Al Jazeera talk, il blog di Al Jazeera con cui collabora anche Laith Mushtaq, oggi  ospite del festival. La sua esperienza è richiesta per parlare degli scontri religiosi e dei rischi di propaganda politica a cui spesso il giornalismo cede. Pericoli ideologici e fisici degli inviati. Insomma essere faziosi ma anche rischiare la pelle.
Raccontare le guerre – Il blog di Al Jazeera è ben organizzato. 144 corrispondenti in tutto il mondo. La sede è a Doha, in Qatar, in cui si svolgono anche i corsi di aggiornamento per i blogger. Il cui compito spesso è facilitato dal fatto che essendo semplici cittadini possono riportare le notizie sfuggendo a censure e restrizioni. Le autorità infatti non possono chiedergli permessi. Anche se lavorare nelle aree di crisi naturalmente è sempre un rischio.
Rischi innegabili – Al Jazeera talk, ci tiene a dire Mustaq non è un mezzo ma «un’idea». Riprendere le manifestazioni e gli scontri genera però due problemi. Da una parte documentando le manifestazioni si alimenta l’interventismo governativo, dall’altra quando le telecamere si spengono, la morte diventa buia e silenziosa. Senza riuscire a capire le vittime e le conseguenze reali delle repressioni governative.
Parlarsi – Le comunicazioni tra i membri di Al Jazeera Talk si svolgono sempre di più nel web. Facebook, skype e twitter. I loro modi di comunicare viaggiano in rete, più sicura dei telefoni. Anche i commenti degli spettatori e dei lettori si esprimono sui social network. Questo è un modo rapido e immediato per capire dalla gente quando un fatto, ancora sul nascere, ha un potenziale rivoluzionario. Come è accaduto in Egitto, per esempio.
È essenziale per un mezzo di informazione rendersi conto prima degli altri del peso sociologico e mediatico di un evento.

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