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EMOZIONE E ATTESA, PERUGIA IN FILA PER SAVIANO

Attesa per Saviano al Teatro Pavone

di Claudia Bruno

Quando entra e si ferma al centro del palco, circondato dagli uomini della scorta, Roberto Saviano smette di essere il personaggio televisivo, lo scrittore, il giornalista. Quasi schiacciato dal peso degli applausi che lo travolgono, abbassa lo sguardo, sorride incerto, poi saluta il pubblico e ringrazia. È il Saviano-uomo quello che colpisce, il suo sguardo schivo, l’attimo di incertezza prima di prendere la parola. Quando inizia a parlare verso una platea ipnotizzata, è un’altra storia: viene fuori la sua forza, la passione, la coscienza civile che anima il suo lavoro.

Coraggio e delegittimazione – Il piccolo teatro si zittisce, e per un’ora e mezza ascolta una lezione sull’importanza della denuncia, sulla necessità di non scivolare nell’indifferenza, sul coraggio che ci vuole per non farsi travolgere dalla macchina del fango pronta a colpire chi entra in contrasto con i poteri forti. I nomi di Giovanni Falcone, don Peppe Diana, Giancarlo Siani sono i primi di un elenco lunghissimo che comprende giornalisti, magistrati e artisti, delegittimati prima e in alcuni casi dopo la morte per aver osato rompere gli schemi, per aver indagato, visto e denunciato.

Attesa fuori dal teatro – Sin dal pomeriggio, all’ingresso del Teatro Pavone si forma una coda ordinata che cresce lungo Corso Vannucci. Sono soprattutto ragazzi, giovanissimi, pronti ad aspettare più di tre ore per ascoltare Saviano. Tantissimi non riusciranno ad entrare e guarderanno l’intervento dello scrittore campano attraverso il maxischermo installato fuori dal teatro. Tutti, comunque, potranno entrare a fine serata per l’agognato autografo. Dopo l’intervento, un Saviano più rilassato firma le pagine di libri e agendine che gli vengono tesi dai ragazzi in fila, molti visibilmente emozionati. Il tutto sotto gli occhi vigili e severi degli uomini della scorta – i suoi angeli custodi, li definisce lo scrittore – costanti presenze defilate, eppure ben evidenti, ai lati del palco.

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«ADESSO INFANGATECI TUTTI» SAVIANO APRE IL FESTIVAL

di Riccardo Cavaliere

Affollatissimo il primo appuntamento del festival con lo scrittore Roberto Saviano che ha parlato della «macchina del fango» con cui il governo  delegittima ogni opposizione.

La macchina del fango – Saviano inizia il suo monologo in un teatro pienissimo. Il tema è la macchina del fango: i meccanismi con cui il potere delegittima l’opposizione legando informazione e politica. Lo scrittore cita i casi di personaggi presi di mira dalla macchina del fango, a partire da don Peppe Diana, ucciso dalla camorra nel 1994. Molti dopo la morte riversarono sul parroco accuse e diversi furono i tentativi di delegittimarlo. Perché, ricorda lo scrittore, se tu riconosci che la persona che è stata uccisa, ha agito bene, allora devi muoverti, devi agire, devi fare qualcosa. Mentre se pensi che se lo meritasse, allora sei autorizzato all’immobilismo. E come a don Peppe Diana così è successo ad altre vittime delle mafie, Giovanni Falcone e il giornalista napoletano Giancarlo Siani. Ma ci hanno provato, dice Saviano, persino con Stefano Caldoro, attuale governatore della Campania in forza al PdL, i suoi stessi colleghi di coalizione, che volevano screditarlo per favorire il suo rivale Nicola Cosentino.

Riferimenti trasversali – Molti sono i riferimenti che compaiono nel monologo di Saviano. Così tanti che l’ascoltatore rischia di rimanere confuso. Si passa dall’attualità alla storia: dai regimi comunisti dell’Europa dell’est, che hanno fatto massiccio uso della macchina del fango, alle Brigate Rosse, fino al fascismo.

Sullo stesso piano – In fin dei conti si esce dalla sala con l’impressione che molti personaggi siano stati messi sullo stesso piano, fondendo storia e attualità in un insieme di difficile lettura.  Si ha la sensazione, inoltre, che la ricerca di un punto di vista obiettivo da parte dello scrittore sia estrema, e lo porti a dimenticare di citare alcuni casi notevoli di persone oggetto della macchina del fango. Un esempio: le decine di migliaia di studenti del movimento anti- Gelmini, dopo il 14 dicembre completamente delegittimati perché si opponevano alla riforma e poi dimenticati da tutti i giornali. O come i diversi casi di persone uccise dalle forze di polizia negli ultimi anni: da Carlo Giuliani fino a Stefano Cucchi. Vittime di una macchina del fango che a chi ha già perso la vita toglie anche la dignità del ricordo.

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